L’intervento del Presidente Napolitano è
la prova migliore di quanto ancora ci sia da fare perché la memoria degli
eccidi delle foibe trovi posto nella memoria condivisa degli italiani
Oggi,
10 febbraio, è il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004 dal Parlamento
Italiano per commemorare le vittime (italiane, ma non solo) di Istria e
Dalmazia massacrate nelle foibe. Oggi, a Dalmine, per la prima volta è stato
organizzato un appuntamento per dare rilievo a questa giornata. Un incontro
discreto, destinato all’approfondimento storico, che prelude a qualcosa di più
significativo, ovvero l’allestimento di un “Giardino della Memoria” dedicato
alle vittime di olocausti e genocidi, dell’odio etnico, religioso o ideologico.
Lì, troverà posto anche un memoriale per le migliaia di infoibati.
Purtroppo,
questa prima volta per la mia Città ha coinciso con un fatto che quantomeno
rattrista. Mentre mezza Italia si accingeva a ricordare i morti dell’odio
titino, ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha “riscritto”,
con un sottile gioco retorico, il senso di quella tragedia. Condannandola, ne
ha infatti dato un’interpretazione discutibile e anche un po’ imbarazzante per
un Capo dello Stato. Nel suo discorso, ha attribuito la responsabilità di
quelle morti a «derive nazionalistiche europee». Ora, vi furono anche derive
nazionalistiche, certo. Ma il punto di partenza fu un altro, e il Presidente
della Repubblica dovrebbe saperlo.
La
“Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena” relativa al
periodo 1941-1945 (adottata dallo Stato Sloveno) ha infatti chiarito che gli
avvenimenti che portarono alla morte di migliaia di persone sullo scorcio del
secondo conflitto mondiale «si verificarono in un clima di resa dei conti per
la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un
progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad
eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle
responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al
collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione
preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento
del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato
jugoslavo. L’impulso primo della repressione partì da un movimento
rivoluzionario che si stava trasformando in regime, convertendo quindi in
violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri
partigiani».
Non
di “mera” pulizia etnica si trattò, bensì (accanto a essa) di «epurazione
preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento
del regime comunista». Ridurre il tutto a “derive nazionalistiche” vuol dire
nascondere la parte più terribile di quegli avvenimenti. Quella che indusse a
maltrattare, nella stessa Italia post-bellica, gli esuli istriano-dalmati,
atteggiamento che trova un esempio emblematico nell’ambigua posizione di
Palmiro Togliatti e di tanti negazionisti di oggi. E che ha fatto sì che ci
volessero quasi 60 anni perché il Parlamento Italiano riconoscesse
ufficialmente le stragi. Non dobbiamo dimenticare che il PCI triestino, lungi
dal condannare le uccisioni perpetrate dagli jugoslavi di Tito, si spinse
persino ad auspicare una “risoluzione settima repubblica”, che prevedeva la
formazione di una repubblica federativa jugoslava di carattere italiano retta
secondo principi social-comunisti. Di nazionalismo qui c’è poco o niente, di
odio politico tanto.
Tralasciare
questa parte della storia equivarrebbe a eliminare il ruolo dell’ideologia
nazionalsocialista nello sterminio degli ebrei. Non è certo un caso che, così
come allora vennero massacrati anche oppositori politici, zingari, omosessuali,
malati di mente, sacerdoti e quant’altro, nelle foibe vennero gettati tanti
membri “bianchi” del CNL e tanti anti-comunisti sloveni e croati.
Troppo
facile allora dare la colpa alle derive nazionalistiche. Troppo facile perché
permette di neutralizzare il senso delle azioni degli uomini, di trovare un
capo espiatorio su cui oggi è politicamente agevole gettare le colpe anche
perché povero di eredi, assolvendo chi fu corresponsabile e oggi conta ancora
tanti seguaci. L’intervento del Presidente Napolitano è la prova migliore di
quanto ancora ci sia da fare perché la memoria degli eccidi delle foibe trovi
posto nella memoria condivisa degli italiani. Perché se persino il Capo della
Nazione dimentica o quantomeno ricorda male, chissà il resto della Nazione.
Gianluca Iodice
Assessore
alla Cultura, Tradizione e Pubblica Istruzione
Città
di Dalmine