martedì 31 gennaio 2012

Liberalizzazioni senza liberalismo

(ovvero, perché non sarà Mario Monti a fare la rivoluzione liberale)

Strano Paese, quest’Italia. Che s’è lanciata, per mano del suo “governo dei migliori”, in una campagna di liberalizzazioni senza precedenti per la sua storia repubblicana. Bizzarro davvero, come un Paese fra i meno adusi al “fare liberale”, incalzato dai morsi della crisi si sia intestardito a ravvisare in una vague di deregulation la chiave per mettere l’agognato segno “più” negli indicatori di crescita. Che l’homo italicus, ridotto al punto, tutto d’un colpo abbia deliberato di mutarsi in britannico?

Piano, con le parole. Le liberalizzazioni su cui Mario Monti sta puntando buona parte del suo capitale politico nascono dall’esigenza di liberare energie economiche imbrigliate da privilegi corporativi: in questo senso, sono sacrosante. Il problema è che il Professor Monti sarà pure andato a scuola dalla Signora Thatcher, ma a conti fatti deve aver bigiato qualche lezione, e magari pure fra quelle più importanti.

La deregulation da sola non basta a far attecchire la pianta dello sviluppo, se il terreno è inaridito da decenni di statalismo. Senza uno sguardo globale che metta a fuoco il male dell’Italia (lo statalismo, appunto, che si traduce nei due sintomi simmetrici dell’assistenzialismo e del privilegio) le liberalizzazioni sono pressoché inutili.

E forse sono persino dannose, perché levano i fragili puntelli su cui si regge l’equilibrio del Sistema, innescando quello “spappolamento” del Paese di cui oggi riceviamo solo le prime avvisaglie. Non si può chiedere ai taxisti – che se hanno vissuto in una piccola casta fatta di licenze è perché è proprio lo Stato che questo sistema l’ha escogitato – di rinunciare al loro sudato privilegio. Sarebbero gli unici a pagare, a “liberalizzarsi”, in un quadro generale che di liberalizzato ha poco o niente.

Questo, si badi bene, non è benaltrismo. Dobbiamo però chiederci quale credibilità politica può avere uno Stato che impone ai suoi cittadini di buttare al vento i loro privilegi quando drena il 45% della ricchezza nazionale per mantenere i propri. Il fatto è che la prima “categoria” da liberalizzare non sono i taxisti, né i farmacisti, o gli avvocati (per quanto ci sia bisogno di liberalizzare, e in maniera radicale).

Lo Stato deve anzitutto ridurre il proprio peso nell’economia della Nazione, poi potrà avere titolo a procedere con la lotta al neocorporativismo, ottenendo anche duraturi risultati di crescita. Nulla di nuovo: un’economia di mercato può funzionare a regime laddove il costo del settore pubblico non supera la terza parte della ricchezza del Paese.

Ecco quindi il nocciolo della questione: le liberalizzazioni non è opportuno farle senza una rigorosa ed equa riforma liberale dello Stato (quella, per intenderci, che doveva fare Berlusconi), e questo il governo dei professori dovrebbe saperlo. A voler essere equanimi, d’altro canto, non dovremmo riversare tutta la colpa su Mario Monti.

Solo la politica (quella vera, mica quella smerciata a caro prezzo in Italia) ha la forza di proporre e sostenere un progetto del genere. Sarà pur vero, come si ripete spesso, che un Governo tecnico è meno vincolato di uno politico, ma quel che è certo è che un Governo tecnico non può avere il mandato per fare la Rivoluzione Liberale. Che poi (sia detto per inciso) è proprio quello di cui l’Italia avrebbe un disperato bisogno.

(Pubblicato oggi su "L'Eco di Bergamo")