Strano Paese, quest’Italia. Che s’è
lanciata, per mano del suo “governo dei migliori”, in una campagna di
liberalizzazioni senza precedenti per la sua storia repubblicana. Bizzarro
davvero, come un Paese fra i meno adusi al “fare liberale”, incalzato dai morsi
della crisi si sia intestardito a ravvisare in una vague di deregulation la
chiave per mettere l’agognato segno “più” negli indicatori di crescita. Che l’homo italicus, ridotto al punto, tutto
d’un colpo abbia deliberato di mutarsi in britannico?
Piano, con le parole. Le liberalizzazioni
su cui Mario Monti sta puntando buona parte del suo capitale politico nascono
dall’esigenza di liberare energie economiche imbrigliate da privilegi
corporativi: in questo senso, sono sacrosante. Il problema è che il Professor
Monti sarà pure andato a scuola dalla Signora Thatcher, ma a conti fatti deve
aver bigiato qualche lezione, e magari pure fra quelle più importanti.
La deregulation da sola non basta a far attecchire
la pianta dello sviluppo, se il terreno è inaridito da decenni di statalismo.
Senza uno sguardo globale che metta a fuoco il male dell’Italia (lo statalismo,
appunto, che si traduce nei due sintomi simmetrici dell’assistenzialismo e del
privilegio) le liberalizzazioni sono pressoché inutili.
E forse sono persino dannose, perché levano
i fragili puntelli su cui si regge l’equilibrio del Sistema, innescando quello
“spappolamento” del Paese di cui oggi riceviamo solo le prime avvisaglie. Non
si può chiedere ai taxisti – che se hanno vissuto in una piccola casta fatta di
licenze è perché è proprio lo Stato che questo sistema l’ha escogitato – di
rinunciare al loro sudato privilegio. Sarebbero gli unici a pagare, a
“liberalizzarsi”, in un quadro generale che di liberalizzato ha poco o niente.
Questo, si badi bene, non è benaltrismo. Dobbiamo però
chiederci quale credibilità politica
può avere uno Stato che impone ai suoi cittadini di buttare al vento i loro
privilegi quando drena il 45% della ricchezza nazionale per mantenere i propri.
Il fatto è che la prima “categoria” da liberalizzare non sono i taxisti, né i
farmacisti, o gli avvocati (per quanto ci sia bisogno di liberalizzare, e in
maniera radicale).
Lo Stato deve anzitutto ridurre il
proprio peso
nell’economia della Nazione, poi potrà avere titolo a procedere con la lotta al
neocorporativismo, ottenendo anche duraturi risultati di crescita. Nulla di
nuovo: un’economia di mercato può funzionare a regime laddove il costo del
settore pubblico non supera la terza parte della ricchezza del Paese.
Ecco quindi il nocciolo della questione: le
liberalizzazioni non è opportuno farle senza una rigorosa ed equa riforma
liberale dello Stato (quella, per intenderci, che doveva fare Berlusconi), e
questo il governo dei professori dovrebbe saperlo. A voler essere equanimi,
d’altro canto, non dovremmo riversare tutta la colpa su Mario Monti.
Solo la politica (quella vera, mica quella smerciata a caro prezzo
in Italia) ha la forza di proporre e sostenere un progetto del genere. Sarà
pur vero, come si ripete spesso, che un Governo tecnico è meno vincolato di uno
politico, ma quel che è certo è che un Governo tecnico non può avere il mandato
per fare la Rivoluzione Liberale. Che poi (sia detto per inciso) è proprio
quello di cui l’Italia avrebbe un disperato bisogno.
(Pubblicato oggi su "L'Eco di Bergamo")
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